Il Manifesto Domenica 18 marzo ’07
Pagina 12 “Cultura” di Luca Tomassini
Da Micheal Atiyah una sfida alle tentazioni della logica
“Credo che la matematica sia costruita a partire dalla nostra esperienza
del mondo esterno.”
C’è una tensione, una vera linea di frattura che attraversa la
matematica fin delle sue origini, quella tra intuizione e formalismo, verità immediatamente
percepibile e dimostrazione. Un contrasto cui MFA – che abbiamo incontrato
ai margini del festival della matematica a Roma – non si è mai
arreso, come dimostra la sua straordinaria biografia scientifica. Nato a Londra
settantanove anni fa da padre libanese e madre scozzese, cresciuto prima in
Sudan e poi nel regno unito, è universalmente riconosciuto come una
delle più geniali menti matematiche del Novecento. “Per tutta
la vita – spiega – ho sempre cercato di costruire ponti”,
e il celebrato teorema che porta il suo nome (insieme a quello del collega
Isadore M. Singer) ha non solo rivelato profonde e inattese connessioni tra
topologia, geometria e analisi ma ha avuto un ruolo straordinario nel colmare
il divario tra il mondo della matematica pura e quello della fisica teorica.
“La matematica – dice ancora Atiyah – comincia con idee
generaliu che diventano via via più precise e specializzate. Durante
il XX secolo le sue parti principali sono state affrontate separatamente, con
la ben fondata speranza di realizzare progressi più rapidi. Sul lungo
periodo questa strategia espone però al pericolo di perdere una visione
di insieme, ma oggi per fortuna viviamo di nuovo in un’epoca di sintesi”.
Ci può spiegare come giustifica la sua scelta di avversare,
nel dibattito sui fondamenti della matematica, un orientamento basato sulla
logica?
Molti sono convinti che la matematica si risolva nell’esibire dimostrazioni,
dimostrazioni di carattere logico: credo sia un grave errore. E’ vero, è il
cemento che tiene unita tutta la matematica, il suo obiettivo ultimo, ma il
mezzo con cui la otteniamo è l’immaginazione, non il cieco calcolo.
Non si comincia un lavoro con chiodi e martello, ma con un’idea.
Il calcolo, appunto, viene spesso identificato con l’algebra
e contrapposto alla geometria. Anche per lei è così?
Ho sempre avuto un grande interesse per la questione del rapporto tra
algebra e geometria. E poiché la nostra percezione di noi stessi
e del mondo si articola intorno alle categorie di tempo e spazio, trovo
del tutto naturale supporre che esse siano al cuore di questo problema.
Per quanto riguarda la geometria, nessuno dubita del fatto che il suo principale
oggetto di studio sia proprio lo spazio, come lo percepiamo in un determinato
istante. Al contrario, nell'algebra moderna effettuiamo operazioni in
una determinata sequenza, una dopo l'altra, nel tempo appunto: è un
algoritmo di calcolo, niente affatto diverso da quelli utilizzati da un computer
che elabora i suoi dati. Del resto, il pensiero logico-simbolico comporta
il passaggio da una serie di assunzioni a delle conclusioni.
Lei ha definito i vantaggi offerti dall'uso del computer come una “offerta
faustiana”. Quali sarebbero le tentazioni in campo?
Era una provocazione, naturalmente, e ne ho pagato il prezzo subendo
un gran numero di critiche. Per capire quale sia il problema torniamo
al pensiero geometrico: la sua natura sintetica, intuitiva, è il miglior
esempio di ciò che intendo per comprensione. Nella storia della
matematica invece l'algebra è nata come un ausilio per il calcolo,
la verifica, compito questo che svolge in maniera davvero egregia. Quando
facciamo un'operazione algebrica introduciamo un input e smettiamo
di pensare al suo significato, semplicemente manipoliamo simboli seguendo
regole formali e infine otteniamo una risposta. In mezzo c'è una
scatola nera. La scomparsa del desiderio di dare un' occhiata al suo interno è il
pericolo che vedo nella diffusione, del calcolo automatizzato. Quando
ho definito questo fenomeno «faustiano», immaginavo il diavolo
mentre si presenta a uno scienziato e gli dice, suadente: «ecco una macchina
meravigliosa, basta formulare un problema e lei ti fornisce la risposta. Tutto
quello che devi fare per averla è rinunciare alla tua anima, al
desiderio di comprendere». Certo, come dimostra la disputa tra Isaac
Newton e Gottfried Leibniz, le cose non sono sempre così semplici. Newton
sviluppò il suo calcolo infinitesimale per descrivere il movimento
dei corpi e in ogni suo ragionamento il riferimento al mondo reale
conservava un'importanza centrale. Leibniz era invece un formalista e il suo
calcolo era un'algebra molto più semplice da utilizzare. Tra
i due, è il filosofo che alla fine ha avuto la meglio: oggi,
infatti, scriviamo il calcolo differenziale seguendo la sua notazione.
Resta però il fatto che questa scelta non favoriva la comprensione
sintetica di tutti gli aspetti del problema. Capire è vedere, tutto
insieme e nello stesso istante. Persino nel procedimento artistico
possiamo distinguere un aspetto tecnico e uno concettuale, e la tentazione
diabolica sta nel considerare solo il primo.
In, passato lei ha collaborato all’organizzazione di esperimenti
il cui intento era quello di chiarire i fondamenti biologici del pensiero
matematico. Ce ne può sintetizzare i risultati?
Alcuni miei colleghi sostengono che per loro ragionare in termini geometrici
sia completamente naturale, altri hanno la stessa sensazione riguardo
la formulazione algebrica dei problemi. Mi è sempre interessato
stabilire se queste inclinazioni avessero un fondamento neurologico e
per questo ho cercato di verificare dov' è che nel cervello «avviene
la geometria» e dove «avviene l'algebra». La mia ipotesi è che
la geometria coinvolga l'emisfero deputato alla visione mentre l'algebra,
proprio come il linguaggio, abbia a che fare con l'emisfero specializzato
nella percezione del movimento. L'idea era molto semplice: utilizzare
tecniche di imaging cerebrale per “vedere” cosa succede durante
la risoluzione di problemi matematici. Naturalmente abbiamo iniziato
con domande elementari e abbiamo poi verificato che, come previsto,
semplici calcoli aritmetici coinvolgono le aree del linguaggio mentre all'
opposto problemi più complessi sulla natura dei numeri richiedono l'attivazione
dell'altro emisfero. Sono risultati incoraggianti e sono convinto che
proseguendo su questa strada nel giro di dieci o vent’anni avremo
la possibilità di rispondere a una serie di interrogativi
che per secoli hanno impegnato senza successo i filosofi. Se vogliamo
capire come pensa il cervello, la matematica è un ottimo punto di partenza.
Eppure importanti Filosofi della mente come John Searle ritengono
gli strumenti concettuali attualmente a nostra disposizione insufficienti
a rispondere a interrogativi quali la natura del pensiero, anche matematico.
Lei è d’accordo?
Talvolta un problema può essere così complesso da rendere impossibile
una risposta definitiva. Per esempio, cosa è la coscienza? Cosa è il
pensiero? Credo che quesiti del genere siano destinati a svanire, a perdere
di significato. Per millenni gli esseri umani si sono interrogati sulla natura
della vita, oggi ragioniamo in termini di selezione naturale , cellule, proteine,
Dna. La domanda si è moltiplicata in tante domande, più specifiche
e sofisticate.
Dunque ha un fondamento biologico quella che Eugene Wiegner definiva
la “irragionevole efficacia della matematica” nella descrizione
scientifica della realtà?
Come le dicevo, la matematica è costruita a partire dal mondo
esterno. E poi così sorprendente che sia anche efficace quando
si tratta di descriverlo? In fondo, la mente umana è stata
modellata dalla selezione naturale, che in qualche modo l'ha resa «compatibile» con
la realtà. Ma la nostra esistenza, le nostre percezioni restano confinate
a scale macroscopiche e per questa ragione considero sorprendente che
la matematica continui a essere applicabile anche al mondo delle particelle
elementari. Ma chi può dire qual è la verità? La matematica è veramente
uno specchio della realtà o solamente l'immagine che ce ne restituisce
il cervello, con tutti i suoi limiti e possibili errori? È proprio
ora che la fisica diviene sempre più sofisticata, proprio come
la matematica necessaria a descriverla, che le domande poste da Kant tornano
di grande importanza. Stiamo sfiorando la natura ultima dello spazio e
del tempo o solo costruendo modelli matematici sempre più complicati
per adattarli al meglio a quello che osserviamo? I rapporti tra matematica,
fisica e realtà continuano a restare un mistero.
Lei ha formulato e dimostrato un teorema che porta il suo nome e che
ha trovato sorprendenti applicazioni proprio nel campo della fisica
quantistica, influenzando profondamente lo sviluppo della teoria delle stringhe.
Ritiene che l'uso sempre più massiccio di sofisticati strumenti
matematici stia cambiando la natura della ricerca nel campo della fisica?
La fisica si confronta oggi con domande sulla realtà a scale talmente
piccole e energie talmente alte che la verifica sperimentale diventa sempre
più difficile, se non addirittura impossibile, e per questo le
tecniche che si hanno a disposizione sono per lo più matematiche.
Non sappiamo se quelli della fisica odierna siano veri passi avanti nella
comprensione del mondo o solo eleganti costruzioni concettuali, ma
francamente non vedo alternative all’uso della matematica.
Viceversa alcuni ricercatori hanno messo in discussione il significato
della dimostrazione come garanzia della certezza matematica. Oggi esiste
persino una rivista dedicata alla cosidetta “matematica teorica”,
dove sono presentati “teoremi” corroborati da analogie
con la fisica. Considera positivi questi sviluppi?
Se un nuovo strumento matematico applicativo alla fisica non supera la prova
dell’esperimento, non abbiamo alternative a rinunciare al suo uso. Ma
se qualcuno partendo da idee fisiche è in grado di ottenere è in
grado di ottenere risultati matematici, questi resteranno per sempre. In questo
senso la matematica ha tutto da guadagnare da questo rapporto. Molti ricercatori
lamentano che le teorie fisiche non sono rigorose ma basate sull’intuizione,
ma non colgono l’essenza del problema. Da esse, come è sempre
successo nella storia della matematica vengono suggerimenti, nascono congetture
che in molti casi sono state successivamente verificate con altri metodi. Non
credo esista il rischio che si possa confondere ciò che è stato
dimostrato con quello che non lo è stato.
Nel discorso con cui nel 1995 lasciava la presidenza della Royal
Society lei denunciava con parole molto aspre il disinteresse degli scienziati
per il crescente “sospetto” che la società nutre
nei loro confronti. La pensa ancora così?
Più che mai. Il ruolo della scienza e della tecnologia è enormemente
cresciuto negli ultimi due secoli e per questa ragione in una società democratica
sono i cittadini che, almeno in linea di principio, dovrebbero prendere
decisioni sui finanziamenti alla ricerca. Ma la scienza, specialmente la “grande
scienza”, è oggi sempre più prigioniera del rapporto
con privati, governi e apparati militari che non amano dire alle persone
quello che, secondo loro, non devono sapere e i rischi di corruzione intellettuale
si sono moltiplicati. Gli scienziati dovrebbero mantenere la loro integrità,
senza nascondersi dietro pretesti futili come quello per cui il pubblico
non sarebbe mai sufficientemente «educato» per compiere delle
scelte. Oggi purtroppo gli scienziati non si muovono così e le
conseguenze sono sotto i nostri occhi: il sospetto nei loro confronti è sempre
più diffuso.
Tra i suoi numerosi impegni sul fronte pubblico c'è stato anche
quello al vertice di Pugwash, un'organizzazione internazionale di scienziati
che da più di cinquant’anni si batte contro la proliferazione
nucleare. Qual è oggi il suo bilancio?
Dopo la caduta del Muro abbiamo avuto una grande opportunità che per
ragioni politiche non è stata colta e oggi la guerra è tornata
sulla scena, insieme alla proliferazione nucleare. Sono sempre stato ottimista,
ma è difficile esserlo oggi su basi razionali. Mi ricordo che Robert
MacNamara, ministro della difesa di Kennedy e poi sostenitore dell'eliminazione
delle armi nucleari, mi confidò di essere approdato alle sue convinzioni
dopo la sua esperienza nella crisi dei missili a Cuba, quando sembrò che
fossimo arrivati molto vicini a un conflitto nucleare. Benché ritenesse
questa eventualità effettivamente remota, sottolineava però che
una piccola probabilità su lungo arco di tempo può trasformarsi
in certezza.
Siamo tutti matematici - Di Renzo Editore